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Accogliere oggi l'orfano, la vedova, il forestiero PDF Stampa E-mail
Scritto da Diocesi di Parma   
Sabato 02 Febbraio 2019 17:03

In allegato la lettera della Diocesi su alcune iniziative sul tema dell'accoglienza, in particolare Lunedì 4 febbraio, alle ore 18, presso il Centro pastorale diocesano, introdotti dalla riflessione di Isacco Rinaldi, direttore della caritas di Reggio Emilia e di Valerio Corghi, coordinatore regionale immigrazione di Caritas Emilia Romagna vi sarà un incontro aperto a tutti sul tema: “Accogliere oggi l'orfano, la vedova, il forestiero”.


 

Ultimo aggiornamento Sabato 02 Febbraio 2019 17:13
 
Messaggio di Papa Francesco per la Giornata della Pace 01.01.2019 PDF Stampa E-mail
Scritto da don francesco   
Giovedì 03 Gennaio 2019 11:34

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
LII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2019 - La buona politica è al servizio della pace

1. “Pace a questa casa!”

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,5-6).

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana.[1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.

Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica

La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy;[2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».[3]

In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.

3. Carità e virtù umane per una politica al servizio dei diritti umani e della pace

Papa Benedetto XVI ricordava che «ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. […] Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. […] L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».[4] È un programma nel quale si possono ritrovare tutti i politici, di qualunque appartenenza culturale o religiosa che, insieme, desiderano operare per il bene della famiglia umana, praticando quelle virtù umane che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà, la fedeltà.

A questo proposito meritano di essere ricordate le “beatitudini del politico”, proposte dal Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Vãn Thuận, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.

Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.

Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.

Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.

Beato il politico che realizza l’unità.

Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.

Beato il politico che sa ascoltare.

Beato il politico che non ha paura.[5]

Ogni rinnovo delle funzioni elettive, ogni scadenza elettorale, ogni tappa della vita pubblica costituisce un’occasione per tornare alla fonte e ai riferimenti che ispirano la giustizia e il diritto. Ne siamo certi: la buona politica è al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza.

4. I vizi della politica

Accanto alle virtù, purtroppo, anche nella politica non mancano i vizi, dovuti sia ad inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni. È chiaro a tutti che i vizi della vita politica tolgono credibilità ai sistemi entro i quali essa si svolge, così come all’autorevolezza, alle decisioni e all’azione delle persone che vi si dedicano. Questi vizi, che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio.

5. La buona politica promuove la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro

Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona. «Cosa c’è di più bello di una mano tesa? Essa è stata voluta da Dio per donare e ricevere. Dio non ha voluto che essa uccida (cfr Gen 4,1ss) o che faccia soffrire, ma che curi e aiuti a vivere. Accanto al cuore e all’intelligenza, la mano può diventare, anch’essa, uno strumento di dialogo».[6]

Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.

6. No alla guerra e alla strategia della paura

Cento anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, mentre ricordiamo i giovani caduti durante quei combattimenti e le popolazioni civili dilaniate, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti. Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati. La testimonianza di quanti si adoperano per difendere la dignità e il rispetto dei bambini è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità.

7. Un grande progetto di pace

Celebriamo in questi giorni il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata all’indomani del secondo conflitto mondiale. Ricordiamo in proposito l’osservazione del Papa San Giovanni XXIII: «Quando negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli».[7]

La pace, in effetti, è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani. Ma è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno. La pace è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria:

- la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”;

- la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente…; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;

- la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire.

La politica della pace, che ben conosce le fragilità umane e se ne fa carico, può sempre attingere dallo spirito del Magnificat che Maria, Madre di Cristo Salvatore e Regina della Pace, canta a nome di tutti gli uomini: «Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; […] ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,50-55).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2018 Francesco

 

 
Lettera del Vescovo alla Nuova Parrocchia PDF Stampa E-mail
Scritto da don Francesco   
Domenica 07 Ottobre 2018 14:55

 

 

 
Sfide educative per genitori di figli 2.0 secondo incontro PDF Stampa E-mail
Scritto da Diego Arneodo   
Martedì 24 Aprile 2018 16:06

Nel mese di marzo si è svolto presso il salone dell’oratorio di Maria Immacolata, che ha registrato il “tutto esaurito”, una interessante incontro tenuto dal nostro parrocchiano dott. Alessandro Volta pediatra, direttore del Programma materno-infantile dell’AUSL di Reggio Emilia, autore di numerose pubblicazioni sulla genitorialità, padre e, da pochi mesi, nonno.

La relazione del dott. Volta si è svolta in tre fasi: nella prima, adottando un taglio divulgativo e comprensibile anche ai “non addetti ai lavori”, il relatore ha esposto le più recenti acquisizioni scientifiche nell’ambito delle neuroscienze riguardo al funzionamento della mente dell’preadolescente e dell’adolescente.

Nella seconda parte, forte della propria esperienza di genitore e di capo scout, ha suggerito alcune importanti piste educative per favorire il miglior sviluppo cognitivo ed emozionale dei nostri ragazzi.

Nella terza, ed ultima fase, vi è stato un proficuo confronto tra l’uditorio e il relatore con richieste di approfondimento di alcune delle tematiche trattate.

Il dott. Volta ha esordito evidenziando come la mente dell’adolescente sia caratterizzata dalla presenza (nei nuclei arcaici interni) di un rilascio in quantità molto rilevanti di un particolare neurotrasmettitore: la dopamina. Tale sostanza modula comportamento, umore, memoria, attenzione e sonno. Regola inoltre i circuiti della motivazione, del piacere e della ricompensa. Nell’adolescente è presente una asincronia maturativa tra la parte del cervello (nuclei arcaici interni) che regola tali circuiti e quello che regola la “competenza sociale” (corteccia prefrontale). Ne deriva una predisposizione “biologica” nell’adolescente a sottovalutare i rischi e a sopravalutare i vantaggi, oltre che una maggiore visione parziale e di contesto ed una minore visione prospettica e di insieme. Pertanto si riscontra nell’adolescente una maggiore difficoltà a considerare le conseguenze delle proprie azioni e a porsi dei limiti. Tale situazione è stata efficacemente sintetizzata dal dott. Volta con l’affermazione che il cervello dell’adolescente (e del preadolescente) ha: “la potenza di una Ferrari ma l’impianto frenante di una Cinquecento”.

 

In questa età dunque è molto importante favorire negli adolescenti lo sviluppo della “corteccia frontale” e di non sovrastimolare la parte dei nuclei arcaici interni, onde ottenere una crescita equilibrata dei nostri ragazzi. L’uso di smartphone e di strumenti informatici sollecita notevolmente la parte dei nuclei arcaici interni e la secrezione di dopamina, mentre non favorisce lo sviluppo della corteccia prefrontale. Il dott. Volta ha dunque fornito le seguenti indicazioni sull’utilizzo di tali strumenti per fasce di età:

 

0-3 anni: dannoso

4-5 anni: inutile

6-9 anni: uso del PC con la presenza di un adulto

10-11 anni: uso autonomo del pc con regole

Oltre i 12 anni: uso di smartphone/tablet

Oltre i 14 anni: uso di social network con regole.

Nella seconda parte della propria relazione il dott. Volta ha sottolineato come la fase della preadolescenza (11-13 anni) sia caratterizzata da parte dei giovani dalla ricerca di senso: Chi sono? Dove devo andare?. Si ha in questa età una rimodulazione identitaria (anche corporea), una ridefinizione delle rappresentazioni mentali di sé e degli altri (specie i genitori). I ragazzi/e devono inoltre gestire nuove emozioni e pulsioni, nonché nuove prove di intersoggettività (la vita sociale e relazionale si espande sempre di più).

In questa fase di mutamenti corporei, relazionali, di uscita da sé e dalla cerchia famigliare, i ragazzi (anche se non le chiedono) vogliono rassicurazioni da parte dei propri genitori, indicazioni su di sé e su come affrontare la vita, rifiutano i “modelli astratti messi su un piedistallo” ma sono attenti ai testimoni. Ecco l’importanza che i genitori abbiano comportamenti coerenti ed educanti: i figli a questa età magari ascoltano poco i genitori ma li osservano molto.

A questa età è molto importante consentire ai ragazzi di fare esperienze di gruppo concrete, creative, emozionanti, che inducano a fare scelte e prendere decisioni in autonomia «(auto)educare al senso di realtà». Alcuni strumenti importanti a tal fine sono stati individuati dal relatore nella musica (ascoltata e prodotta), nella attività fisica e sportiva (di gruppo), nel contatto con la natura.

Il dott. Volta ha sottolineato l’estrema necessità di mantenere contatti comunicativi con i propri figli: sempre e con qualunque mezzo, parlare a loro e cercare un’interazione, dicendo quello che pensiamo anche sui loro comportamenti, senza mai dare giudizi sulla persona ma eventualmente sui fatti. Importante è anche evitare ricatti e ritorsioni. Il relatore ha sottolineato che più della punizione ha efficacia a questa età il rinforzo positivo (sottolineare la positività di quello che il ragazzo ha fatto), ciò favorisce la costruzione dell’identità e permette di educare al valore. Molto importante è che il ragazzo si renda conto che “Le regole sono uno strumento e non un fine”.

Il dott. Volta ha indicato che per ottenere uno sviluppo equilibrato dei nostri figli è necessario fare particolare attenzione a che possano coltivare relazioni con i propri pari favorendo la loro socializzazione (gruppi sportivi, parrocchiali, ecc). Il relatore ha però sottolineato come sia fondamentale anche per i genitori non essere “soli” nell’educazione dei figli e dunque l’importanza di avere la possibilità di confrontarsi, anche in maniera “informale”, con amici aventi figli di pari età per condividere idee, difficoltà; ciò perché, come evidenziato del relatore, per sopravvivere nella «società liquida» sia noi adulti che gli adolescenti abbiamo bisogno di relazioni stabili, coerenti e rassicuranti.

Il dott. Volta ha concluso il proprio intervento citando il seguente pensiero del pedagogista francese Meireu: “Quello che oggi abbiamo capito meglio è che non si può crescere al posto di qualcun altro. Si può, si deve, essere presenti, fare il possibile per aiutarlo. E’ il principio di educabilità…Ma bisogna rispettare che sia l’altro a decidere, alla fine, del suo destino e dei suoi apprendimenti: è il principio di libertà. Il principio di libertà è indissociabile dal principio di educabilità. Senza rispetto della libertà l’educabilità diventa addestramento. Senza educabilità il rispetto della libertà si trasforma in fatalismo”.

Ultimo aggiornamento Martedì 24 Aprile 2018 16:07
 
Sfide educative per genitori di figli 2.0 PDF Stampa E-mail
Scritto da Diego Arneodo   
Martedì 13 Febbraio 2018 10:02

Venerdì 2 febbraio presso la Parrocchia Maria Immacolata circa 400 persone (genitori, nonni, insegnanti, educatori) hanno assistito alla relazione svolta dal dott. Alberto Pellai (medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore presso l’Università degli studi di Milano, padre di quattro figli, autore di numerosi libri di successo alcuni dei quali pubblicati anche all’estero) dal titolo Sfide educative per genitori di figli 2.0 – Crescere figli in un mondo che accelera tutto.

Il dott. Pellai nel proprio intervento, fondato su una sapiente sintesi tra gli studi medici svolti, la propria esperienza di psicoterapeuta e quella di padre, ha presentato all’attento uditorio le proprie idee-guida sull’educazione dei ragazzi in preadolescenza.

In apertura, partendo dai casi incontrati nella propria attività, il Pellai “psicoterapeuta” ha sottolineato come la stragrande maggioranza di richieste di aiuto allo specialista in preadolescenza originano attualmente da problematiche nate dalla vita on line dei ragazzi (cyberbullismo, sexiting). Altro dato inquietante è che oggi il primo smartphone viene ricevuto a nove anni di età (sino a dieci anni fa il primo telefono cellulare veniva dato a 14 anni). Il dott. Pelli ha inoltre sottolineato come non solo si sia precocizzata la consegna di tale strumento ma che, troppo spesso, non viene pensato dai genitori, in tale momento, un progetto educativo sull’oggetto. Il figlio deve invece sapere che dietro quell’oggetto c’è un pensiero educativo da parte di mamma e papà.

Ripercorrendo, poi, le ultime acquisizioni delle neuroscienze relative alle ragazze e ai ragazzi preadolescenti (11-14) il Pellai “medico” ha evidenziato come a questa età il cervello dei ragazzi sia ancora in corso di formazione e maturazione, in particolare quella parte del cervello che gestisce la razionalità (lobi frontali), mentre la parte del cervello emozionale è già molto evoluta, per questo il ragazzo ha fisiologicamente una incapacità di gestire le emozioni e di autolimitarsi.

Nella nostra mente abbiamo una parte emotiva (la parte che “sente”, che vive delle emozioni, che sta bene nel divertirsi, nel percepire sensazioni forti, nel giocare facile). Vi è poi il cervello cognitivo (quello del ragionamento, dello studio, del lavoro, quello che sta attento, che risolve i problemi).

Da quindici anni a questa parte i neuroscienziati hanno scoperto (prima non lo si sapeva) che durante la preadolescenza accade nel cervello una rivoluzione incredibile: il cervello emotivo, infatti, fa un salto fortissimo, è la parte più potente che ci sia nella mente dei ragazzi, ed è alla ricerca continua di emozioni, di divertimento, di piacere, di sensazioni forti. Mentre la parte cognitiva, il cervello che pensa, la materia grigia, la corteccia celebrale rimane ancora profondamente immaturo.

Questo significa che lasciati a loro stessi i preadolescenti avranno una programmazione dettata dalle priorità che gli suggerisce la parte emotiva del cervello. Di qua la difficoltà dei ragazzi ad autolimitarsi ed autoregolarsi, interrompendo spontaneamente situazioni in cui stano bene, in cui si divertono (uso dello smartphone, della playstation, della tv), anche perché la parte emotiva ha difficoltà a percepire il trascorrere del tempo.

Le neuroscienze dicono quindi che c’è una motivazione neurobiologica per cui i nostri figli (11-15 anni) quando entrano precocemente in una vita 2.0 si trovano poi più predisposti a rimanere agganciati a quella vita “virtuale”, in cui vi è (e proprio perché vi è) una iperattivazione di quella parte di cervello emotiva già di per sè iperattiva.

Il rischio per i ragazzi di restare troppo nella vita online è che, al contrario, quella parte del cervello che è ipoattiva (la parte cognitiva) rimanga tale e non venga adeguatamente sviluppata, mentre, soprattutto a questa età, ha una grande necessità di essere allenata. Il cervello cognitivo è infatti come un “muscolo” che va allenato e che solo se viene adeguatamente stimolato può svilupparsi bene. Tuttavia l’habitat ideale per allenare questo “muscolo”, sostengono i neuroscienziati, non è l’online, ma è la vita reale. E’ quindi necessario che i nostri ragazzi facciano un intenso lavoro nella vita reale per permettere al cervello cognitivo di costruite quelle impalcature neuronali che li aiuteranno, crescendo, a rimanere dentro esperienze cognitive di una certa intensità e impegnatività. E’ la parte cognitiva, infatti, che controlla la soluzione dei problemi, l’empatia, le competenze comunicative, la capacità di autoregolazione emotiva (ovvero la capacità di tenere sotto controllo le proprie emozioni).

Per quanto sopra esposto, andando decisamente “controcorrente” e rifiutando una prassi ormai largamente diffusa e data per scontata, il dott. Pellai ha consigliato l’uso dello smartphone non prima dei 13 anni (fine della scuola secondaria di primo grado). Non avendo prima, generalmente, i ragazzi una adeguata capacità di gestione di uno strumento così “potente”.

Al di là dell’età di consegna dello smartphone, il dott. Pellai ha sottolineato l’importanza che dietro tale “passaggio” vi sia comunque un progetto educativo dei genitori sul ragazzo e un attento e costante controllo della “vita social” del medesimo. Troppo spesso infatti, ha sottolineato il relatore, i ragazzi sono “orfani” nella loro vita social, ovvero privi di genitori che la controllino e accompagnino i figli nella “navigazione” e nelle sue insidie.

Sia con riferimento allo smartphone che all’utilizzo di altri strumenti che nel preadolesecente esercitano una attrazione potentissima (computer, playstation), il dott. Pellai ha sottolineato l’importanza di siglare un vero e proprio patto scritto con il proprio figlio, indicante le modalità e i tempi di utilizzo dello strumento (ha rivelato che lui stesso in casa sua sul frigorifero ha numerose copie di questi ”contratti” sottoscritti con i propri figli). Patto con cui vengano definite regole, indicando chiaramente ciò che ci aspettiamo che il ragazzo faccia o non faccia con lo strumento e i limiti del suo utilizzo (ad esempio al mattino lo smartphone lo si usa quando si esce di casa e non prima, mentre alla sera lo smartphone non entra in camera da letto del ragazzo). Patto che costituisce un importante strumento di responsabilizzazione del giovane per richiamarlo al rispetto degli impegni presi.

Il Pellai “padre” nel proprio intervento ha da ultimo, invitato i genitori ad una intensa dinamicità relazionale con i propri figli preadolescenti: l’importanza ancora del giocare insieme a loro, un giocare insieme che a questa età i ragazzi ancora apprezzano molto (soprattutto giochi di “sfida” quali giochi di società, carte, sport, ecc.). Ha inoltre evidenziato l’importanza dell’aiutare il ragazzo a costruire relazioni significative con i propri coetanei, il che comporta un investimento di tempo ed energie da parte dei genitori: disponibilità ad accogliere amici in casa propria, anche a mangiare o dormire, accompagnare a casa di amici, ecc.

Con cortesia ed empatia, ma fermezza, il dott. Pellai ha richiamato dunque i genitori alla centralità fondamentale del loro ruolo, alla necessità che gli stessi “lavorino” molto sul progetto educativo dei propri figli non lasciandoli soli nella gestione dei propri strumenti tecnologici e nell’allenamento del proprio cervello cognitivo, che tanta parte avrà in quella crescita serena ed equilibrata che tutti ci auguriamo per loro.

 

Diego Arneodo

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Febbraio 2018 10:20
 
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