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Sfide educative per genitori di figli 2.0 PDF Stampa E-mail
Scritto da Diego Arneodo   
Martedì 13 Febbraio 2018 10:02

Venerdì 2 febbraio presso la Parrocchia Maria Immacolata circa 400 persone (genitori, nonni, insegnanti, educatori) hanno assistito alla relazione svolta dal dott. Alberto Pellai (medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore presso l’Università degli studi di Milano, padre di quattro figli, autore di numerosi libri di successo alcuni dei quali pubblicati anche all’estero) dal titolo Sfide educative per genitori di figli 2.0 – Crescere figli in un mondo che accelera tutto.

Il dott. Pellai nel proprio intervento, fondato su una sapiente sintesi tra gli studi medici svolti, la propria esperienza di psicoterapeuta e quella di padre, ha presentato all’attento uditorio le proprie idee-guida sull’educazione dei ragazzi in preadolescenza.

In apertura, partendo dai casi incontrati nella propria attività, il Pellai “psicoterapeuta” ha sottolineato come la stragrande maggioranza di richieste di aiuto allo specialista in preadolescenza originano attualmente da problematiche nate dalla vita on line dei ragazzi (cyberbullismo, sexiting). Altro dato inquietante è che oggi il primo smartphone viene ricevuto a nove anni di età (sino a dieci anni fa il primo telefono cellulare veniva dato a 14 anni). Il dott. Pelli ha inoltre sottolineato come non solo si sia precocizzata la consegna di tale strumento ma che, troppo spesso, non viene pensato dai genitori, in tale momento, un progetto educativo sull’oggetto. Il figlio deve invece sapere che dietro quell’oggetto c’è un pensiero educativo da parte di mamma e papà.

Ripercorrendo, poi, le ultime acquisizioni delle neuroscienze relative alle ragazze e ai ragazzi preadolescenti (11-14) il Pellai “medico” ha evidenziato come a questa età il cervello dei ragazzi sia ancora in corso di formazione e maturazione, in particolare quella parte del cervello che gestisce la razionalità (lobi frontali), mentre la parte del cervello emozionale è già molto evoluta, per questo il ragazzo ha fisiologicamente una incapacità di gestire le emozioni e di autolimitarsi.

Nella nostra mente abbiamo una parte emotiva (la parte che “sente”, che vive delle emozioni, che sta bene nel divertirsi, nel percepire sensazioni forti, nel giocare facile). Vi è poi il cervello cognitivo (quello del ragionamento, dello studio, del lavoro, quello che sta attento, che risolve i problemi).

Da quindici anni a questa parte i neuroscienziati hanno scoperto (prima non lo si sapeva) che durante la preadolescenza accade nel cervello una rivoluzione incredibile: il cervello emotivo, infatti, fa un salto fortissimo, è la parte più potente che ci sia nella mente dei ragazzi, ed è alla ricerca continua di emozioni, di divertimento, di piacere, di sensazioni forti. Mentre la parte cognitiva, il cervello che pensa, la materia grigia, la corteccia celebrale rimane ancora profondamente immaturo.

Questo significa che lasciati a loro stessi i preadolescenti avranno una programmazione dettata dalle priorità che gli suggerisce la parte emotiva del cervello. Di qua la difficoltà dei ragazzi ad autolimitarsi ed autoregolarsi, interrompendo spontaneamente situazioni in cui stano bene, in cui si divertono (uso dello smartphone, della playstation, della tv), anche perché la parte emotiva ha difficoltà a percepire il trascorrere del tempo.

Le neuroscienze dicono quindi che c’è una motivazione neurobiologica per cui i nostri figli (11-15 anni) quando entrano precocemente in una vita 2.0 si trovano poi più predisposti a rimanere agganciati a quella vita “virtuale”, in cui vi è (e proprio perché vi è) una iperattivazione di quella parte di cervello emotiva già di per sè iperattiva.

Il rischio per i ragazzi di restare troppo nella vita online è che, al contrario, quella parte del cervello che è ipoattiva (la parte cognitiva) rimanga tale e non venga adeguatamente sviluppata, mentre, soprattutto a questa età, ha una grande necessità di essere allenata. Il cervello cognitivo è infatti come un “muscolo” che va allenato e che solo se viene adeguatamente stimolato può svilupparsi bene. Tuttavia l’habitat ideale per allenare questo “muscolo”, sostengono i neuroscienziati, non è l’online, ma è la vita reale. E’ quindi necessario che i nostri ragazzi facciano un intenso lavoro nella vita reale per permettere al cervello cognitivo di costruite quelle impalcature neuronali che li aiuteranno, crescendo, a rimanere dentro esperienze cognitive di una certa intensità e impegnatività. E’ la parte cognitiva, infatti, che controlla la soluzione dei problemi, l’empatia, le competenze comunicative, la capacità di autoregolazione emotiva (ovvero la capacità di tenere sotto controllo le proprie emozioni).

Per quanto sopra esposto, andando decisamente “controcorrente” e rifiutando una prassi ormai largamente diffusa e data per scontata, il dott. Pellai ha consigliato l’uso dello smartphone non prima dei 13 anni (fine della scuola secondaria di primo grado). Non avendo prima, generalmente, i ragazzi una adeguata capacità di gestione di uno strumento così “potente”.

Al di là dell’età di consegna dello smartphone, il dott. Pellai ha sottolineato l’importanza che dietro tale “passaggio” vi sia comunque un progetto educativo dei genitori sul ragazzo e un attento e costante controllo della “vita social” del medesimo. Troppo spesso infatti, ha sottolineato il relatore, i ragazzi sono “orfani” nella loro vita social, ovvero privi di genitori che la controllino e accompagnino i figli nella “navigazione” e nelle sue insidie.

Sia con riferimento allo smartphone che all’utilizzo di altri strumenti che nel preadolesecente esercitano una attrazione potentissima (computer, playstation), il dott. Pellai ha sottolineato l’importanza di siglare un vero e proprio patto scritto con il proprio figlio, indicante le modalità e i tempi di utilizzo dello strumento (ha rivelato che lui stesso in casa sua sul frigorifero ha numerose copie di questi ”contratti” sottoscritti con i propri figli). Patto con cui vengano definite regole, indicando chiaramente ciò che ci aspettiamo che il ragazzo faccia o non faccia con lo strumento e i limiti del suo utilizzo (ad esempio al mattino lo smartphone lo si usa quando si esce di casa e non prima, mentre alla sera lo smartphone non entra in camera da letto del ragazzo). Patto che costituisce un importante strumento di responsabilizzazione del giovane per richiamarlo al rispetto degli impegni presi.

Il Pellai “padre” nel proprio intervento ha da ultimo, invitato i genitori ad una intensa dinamicità relazionale con i propri figli preadolescenti: l’importanza ancora del giocare insieme a loro, un giocare insieme che a questa età i ragazzi ancora apprezzano molto (soprattutto giochi di “sfida” quali giochi di società, carte, sport, ecc.). Ha inoltre evidenziato l’importanza dell’aiutare il ragazzo a costruire relazioni significative con i propri coetanei, il che comporta un investimento di tempo ed energie da parte dei genitori: disponibilità ad accogliere amici in casa propria, anche a mangiare o dormire, accompagnare a casa di amici, ecc.

Con cortesia ed empatia, ma fermezza, il dott. Pellai ha richiamato dunque i genitori alla centralità fondamentale del loro ruolo, alla necessità che gli stessi “lavorino” molto sul progetto educativo dei propri figli non lasciandoli soli nella gestione dei propri strumenti tecnologici e nell’allenamento del proprio cervello cognitivo, che tanta parte avrà in quella crescita serena ed equilibrata che tutti ci auguriamo per loro.

 

Diego Arneodo

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Febbraio 2018 10:20
 
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